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"MIO FIGLIO chiede di cambiare SOCIETA', ora non lo fanno più GIOCARE"

Lettera di un genitore che denuncia il comportamento del club e lo considera come una ritorsione

Da sempre TOSCANAGOL tiene una posizione ben precisa relativamente alle lettere (vedi email) che riceve: non pubblichiamo le lettere anonime, un procedura che ci sembra doverosa perchè giusto sempre mettere la faccia (o il proprio nome) su quanto scritto. Stavolta facciamo un'eccezione, abbiamo il nome e cognome di chi ci ha inviato la lettera che trovate qua sotto, ma ci ha chiesto di mantenere l'anonimato e lo rispettiamo, anche perchè quello che conta è il tema che viene proposto. Sapere nome e cognome del padre o del ragazzo minorenne non ha alcun senso in questa vicenda, come pure il nome della società chiamata in causa. Qua si pone il "caso", si racconta una storia che non sarà la prima, nè certamente l'ultima in un calcio (e in una società, stavolta intesa come... civile) sempre più profondamente in crisi e in difficoltà sotto ogni punto di vista.

Una storia che si presta a molte riflessioni, anche per mettersi nei panni delle società, spesso anche troppo criticate, ma anche facenti parti di un "sistema" che spesso impone scelte discutibili, "usate" però anche loro quando questo fa comodo. Come poter cambiare certe cose? Come poter ovviare a evitare che ragazzi nel pieno della crescita (fisica, ma soprattutto mentale in questo caso...) non subiscano "traumi" o pensino che sia "giusto far così" solo perchè "tutti fanno così". Usi e brutte "abitudini" che sembrano ormai consuetudini che si devono tenere perchè te lo impone il "sistema".

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Lettera aperta alla redazione

Ci sono lezioni che un ragazzo di quindici anni, nel pieno del suo percorso di crescita sportiva e umana, non dovrebbe mai imparare. Non su un campo da calcio, non in una società che dovrebbe avere come missione primaria la formazione dei giovani prima ancora della vittoria domenicale. Eppure, in una realtà calcistica della nostra Piana di Lucca, sta accadendo qualcosa di inaccettabile: l’epurazione sistematica di giovani atleti, colpevoli soltanto di aver avuto il coraggio di essere onesti.

La vicenda è di una semplicità disarmante e, per questo, ancora più odiosa. Alcuni ragazzi della categoria Allievi B, con la schiettezza tipica dei quindici anni, hanno comunicato alla dirigenza l’intenzione di non proseguire il loro percorso sportivo tra le fila di questa società nella prossima stagione. Un diritto sacrosanto, una scelta legittima che fa parte del naturale ricambio generazionale dello sport.

Ebbene, la risposta della società è stata una "linea dura" che ha il sapore amaro della ritorsione.

Questi ragazzi, ignari del clima punitivo che si stava preparando alle loro spalle, avevano deciso – con un senso di responsabilità e lealtà sportiva che dovrebbe essere da esempio per molti adulti – di onorare la maglia fino all’ultimo giorno.

Hanno rifiutato ogni proposta di partecipare a tornei con altre squadre tramite nullaosta, scegliendo di restare accanto ai propri compagni e di dare il massimo, senza mai risparmiarsi, in campo.

Per alcuni di loro, questo significava chiudere un legame durato dieci anni. Il premio per tanta dedizione? L’epurazione. L'esclusione forzata, il silenzio, l'emarginazione.

Si pensi al caso di uno dei sette ragazzi coinvolti: un giovane che in dieci anni di militanza ha saltato pochissime sessioni, arrivando a giocare con passione anche quando la condizione fisica non era ottimale, proprio lui, che aveva rifiutato chiamate esterne per onorare l'impegno preso fino a giugno, si è visto prima punito con la falsa scusa di due non convocazioni per aver saltato un solo allenamento — nonostante avesse riportato una ferita alla gamba di trenta centimetri — e poi vittima della "ciliegina" finale. La dinamica, gelida nella sua brutalità, si è consumata in pochi scambi:

— "Mister, sto bene", dice il ragazzo.

— "Se vieni all'allenamento, ti porto alla partita", risponde il mister (appena nominato).

— "Ci sarò".

Poi, a fine allenamento, il volto della società cambia:

— "L'anno prossimo resti?", chiede il mister.

— "No mister, voglio fare un'altra esperienza. Ci vediamo domani", risponde il ragazzo.

— "Non credo".

Di fronte alla richiesta di chiarimenti da parte dei genitori, tra i quali lo scrivente, il presidente della società ha ribadito il concetto, confermando che quel "tradimento" — aver osato dire in anticipo che avrebbero cambiato strada — andava punito per "tutelare" chi ha deciso di restare, al netto di un ripensamento: un vero e proprio "ricatto" di persone adulte nei confronti di ragazzini.

In merito a ciò, durante un confronto, è emerso chiaramente l’atteggiamento della dirigenza:

— "Dunque voi non chiederete scusa per il vostro modus operandi di fronte a ragazzi che hanno solo detto la verità?", abbiamo chiesto noi genitori.

— "Non riteniamo di doverlo fare", ha risposto il presidente.

Siamo arrivati al punto in cui la verità viene percepita come un affronto e la lealtà come un atto di ribellione da reprimere. Ma che tipo di messaggio stiamo dando a questi ragazzi? Quale valore educativo può avere una società che, invece di promuovere il rispetto reciproco, insegna che se esprimi il tuo pensiero sarai schiacciato dal potere di chi detiene il cartellino?

Ciò che è accaduto impone una riflessione dolorosa che rivolgo all'opinione pubblica e a chiunque abbia a cuore il futuro del nostro calcio dilettantistico. (Resterò con la "effimera" curiosità di sapere cosa ne pensa il ct azzurro Silvio Baldini!)

Davanti a una tale spietatezza, dobbiamo chiederci: siamo di fronte all'aberrazione di un singolo caso, all'arroganza di una dirigenza che ha perso di vista il proprio ruolo sociale, o stiamo guardando in faccia la realtà di un intero sistema che ha dimenticato che, al centro del campo, ci sono dei ragazzi e non dei soldatini da punire?

La speranza è che questo episodio, che non è certo unico nel suo genere e di cui sicuramente da domani non si parlerà più, possa scuotere le coscienze di chi ancora crede che lo sport debba essere, prima di tutto, una palestra di vita e non una prigione di risentimenti.

Un genitore

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  Scritto da La Redazione il 03/06/2026
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